“Incredible India!” è il motto dell’ente del turismo indiano per promuovere le meraviglie storiche e culturali di questo enorme paese. Di incredibile l’India non ha solo la storia, i monumenti e la cultura, ma anche altri aspetti che fanno di questa terra uno dei luoghi più contrastanti al mondo e più complicati da comprendere.
L’india, nella visione più semplificata, parziale e ottimista che viene trasmessa dai più importanti mass media, è uno dei paesi con il maggior sviluppo attuale, con un prodotto interno lordo in crescita del 7% annuo, e che fa concorrenza al gigante Cina. È la terra della tecnologia, con il settore informatico e della ricerca più all’avanguardia. È il compartimento della grande industria con colossi tra i più importanti a livello mondiale. È la più grande democrazia al mondo, con un miliardo e centomila persone, dove convivono popoli e culture diverse, con 23 lingue ufficiali. È la terra della spiritualità, luogo di incontro di tutte le religioni e di molte filosofie e pratiche orientali, che attraggono milioni di studiosi o semplici curiosi ogni anno. È la nuova rinascita culturale con artisti di fama internazionale, dalla più alta cultura di nicchia fino agli sfarzi di Bollywood, la grande cinematografia indiana commerciale che produce centinaia di film all’anno.
Ma per tutti, turisti e non turisti, quello che colpisce immediatamente all’arrivo in India è soprattutto la devastante povertà che attanaglia la maggior parte della popolazione. La prima volta che sono arrivato, nel 2002, sono atterrato a Bombay, oggi Mumbai, la capitale economica e finanziaria dello stato indiano. Mumbai è una città con una popolazione stimata di 16 milioni di abitanti ma con una struttura urbanistica fatta per accoglierne solo 3 milioni. Percorrendo la strada che divide l’aeroporto dal centro della città, si passa attraverso uno scenario da film catastrofico che si estende all’infinito, fatto di distese di catapecchie ingrigite dai monsoni e dalla sofferenza della vita. Sono gli slums che vestono tutta la città, centro compreso, con un abito di miseria e degrado oltre ogni limite umano. Sono le “orribili” bidonville, luogo dove la tua coscienza si scontra tra il nostro mondo occidentale, fatto di paglia dorata, e quello che i tuoi occhi vedono, determinando profonde fratture nell’anima, se sei possessore di un’anima. È la tua vergogna di essere così fortunato in mezzo a tanta miseria che ti sveglia, e ti fa chiedere come è possibile che una terra così ricca di risorse naturali e umane, la terra dello sviluppo tecnologico e dell’informatica, della bomba atomica, dei colossi industriali, la culla delle religioni, delle filosofie orientali e della lotta civile pacifica, possa tollerare, accettare e perpetrare un degrado del genere per la sua popolazione.
Oggi 400 milioni di indiani sopravvivono con meno di due euro al giorno. Nelle città il 70% delle persone vive nelle fatiscenti bidonville o per strada, mentre nelle campagne la loro sopravvivenza è legata all’arrivo di un “buon monsone” che sempre più spesso, a causa dei cambiamenti climatici globali, non arriva. Questa massa di persone, che vive nelle zone rurali più povere, quando è ridotta alla fame, migra verso le grandi città in cerca di una speranza, abbagliata dalla vita irreale mostrata dai film di Bollywood, e va sempre di più ad ingrassare il ventre degli slums. La cinematografia indiana di Bollywood racconta, nella maggior parte dei film, le ricchezze di una vita meravigliosa tra lusso estremo e magia, che a solo il 5% della popolazione indiana è permesso di accedere: quella classe dirigente o della grande industria indiana che detiene il 90% delle ricchezze dell’India. Questa élite di ricchi vive all’interno della propria bolla d’oro immersa nel fetore della miseria della maggior parte della loro popolazione, quella popolazione che sfruttano fino alla morte, grazie alla commistione radicata con la classe dirigente dello stato, tra le più corrotte al mondo, per poter accumulare fortune economiche spropositate.
Ed è entrando negli slums, quando ti trovi in mezzo alle lamiere e alle fogne a cielo aperto, trasportato in vicoli strettissimi e soffocanti da una calca di gente indaffarata nella propria sopravvivenza quotidiana, quando un bambino di quattro anni che cammina da solo, si aggrappa ai tuoi pantaloni in mezzo a centinaia di piedi che corrono tutto intorno, non per chiederti aiuto ma solo per potersi fare strada tra la folla e avanzare verso una meta che non conosce neanche lui, quando un qualsiasi oggetto che tu hai addosso per loro potrebbe essere tranquillamente un anno di benessere economico, e nessuno ti tocca se non per darti la mano, per il piacere di parlare con un’altra esperienza di vita e per offrirti un the, quando tutti ti salutano e ti sorridono è lì che comprendi il senso dell’India, della sua gente, il perché della loro grande umanità, della tolleranza, della comprensione, ma anche della miseria, dello sfruttamento e delle ingiustizie sociali. È lì che comprendi che il fetore dell’umanità non si sente negli slums, ma solo all’interno delle “bolle d’oro”.
Da quel primo viaggio in India, e dentro la mia coscienza, sono ritornato più volte in mezzo ai derelitti della terra. È la sete della tua anima che ti spinge in mezzo a loro, è la voglia di aiutare chi, senza chiederti niente, ti aiuta a crescere e comprendere un mondo e una vita sempre più incomprensibili; è la necessità di raccontare l’incredibile umanità che ho avuto la fortuna di incontrare tra la polvere degli slums.
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